Lynn – “Morte Rossa”

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Si è concluso oggi il contest #‎PestaggiLetterari‬, tenutosi sulla Pagina Facebook di AgonWWII. I fan di questo GDR hanno eletto vincitrice Lynn, campionessa della Francia Libera! La nostra eroina ha primeggiato tra tutti i campioni di AgonWWII e il premio in palio era la scrittura di un racconto a lei dedicato! Presto ci saranno anche altri racconti per i campioni che sono riusciti ad aggiudicarsi il podio ma, prima di tutti, ecco una delle tante avventure di Lynn Noel, campionessa della Francia Libera! Buona lettura.

Questa notte danzo.

Al ritmo dei musicisti di questo piccolo paese annientato, lascio che per pochi istanti tutto il male scivoli via dalla mia pelle come gocce di rugiada sulla spada perfetta del mio corpo.

Devo attendere. Lui non è ancora qui.

Sul palco di legno consunto dai sogni di chissà quante ragazze, danzo al ritmo dei violini e disegno arazzi cangianti con i movimenti delle dita, lasciando che i miei piedi nudi volino leggeri sulle lacrime di coloro che per la mia terra hanno pianto e sperato.

Non invano.

Loro mi guardano, gradassi e smargiassi ammirano le curve scolpite dei miei muscoli, strette nel corpetto steccato con pregiato osso di balena, frutto del sapere antico di chissà quale sarto in chissà quale città. Loro mi guardano e mi amano. Mi amano come una regina di splendore assorto e distante, ammirano il quadro delle mie gambe morbide e la musica dei miei sguardi profondi. Ora a un capitano, ora a un soldato semplice… chi non ha nulla da dare è sempre il più generoso.

Sono un astro, questa notte.

Una stella che illumina a giorno le miserie di questa guerra, la tristezza negli occhi delle prostitute che fingono di non avermi mai vista, la determinazione negli occhi della padrona di casa, che l’oro ha comprato affinché tutto questo potesse accadere.

Illumino anche le vite di quei soldati tedeschi e francesi, servi di Vichy, i più giovani fra i nostri conquistatori, i più innocenti, ignavi di quello che hanno fatto i loro superiori… e di quello che farò io a loro.

Lascio scivolare dolcemente il velluto dei miei abiti, fissato debolmente al corpetto, fino a quando gli uomini non impazziscono e iniziano a urlare verso di me, avvolgendomi nei fumi del loro desiderio.

La facilità con cui è possibile manipolare la voglia primordiale degli uomini è una di quelle cose che ho imparato sulla mia pelle troppo presto e per il motivo sbagliato. Ma è un arma.

E la Francia ha bisogno di armi.

Mentre con ampi ventagli di piume gioco con le porzioni di pelle che desidero essi vedano, lo vedo entrare. Impettito, fiero, i gradi di colonnello perfettamente evidenti sotto l’espressione estasiata mentre i suoi uomini lo salutano e lui, paterno, che gli impone scherzosamente di guardare verso di me. Lo spettacolo.

Il mio sguardo incontra il suo e io so come farlo mio.

Sorrido dolcemente, aprendo le mie labbra come l’alba in una buia notte nel deserto, lui fa lo stesso. Ha alcuni denti di metallo, un sorriso bovino e privo di fascino.
Mentre la folla dei suoi uomini si apre man mano che si avvicina al tavolo d’onore, il Colonnello Von Meyer, figura di primo piano nel comando tedesco in Francia, comandante della logistica e dei trasporti militari, responsabile della morte di quasi trecento partigiani e patrioti francesi, mi ama più di tutti gli altri.

Mi sferza il ricordo, per un attimo sono altrove.

“Sei sicura di volerlo fare, Lynn?”
“Chi altri può farlo, Generale?”

De Gaulle è sempre calmo nei miei ricordi. Non una parola fuori posto, non un momento di dubbio nella sua voce, ma con quello sguardo in grado di infiammare il cuore di tutti gli uomini liberi.

“Nessuno, mia cara. Per questo lo chiedo a te. La Francia ha bisogno di una spia, non di una martire.

“Non morirò. Ho un piano.”
“Tutti noi avevamo un piano. Io te ne chiedo cento.”

“Ne avrete mille, Generale.”

In verità ne ho solo mezzo.

Mezzo piano, più di trenta fra soldati e ufficiali della Wehrmacht davanti, ben pochi abiti addosso… e Jean Claude.

Il Colonnello si accomoda e inizia a guardare il mio dolce flettermi, come un anziano pescatore dinanzi ai giunchi piegati dal vento del tramonto, rapito, come incantato dai ricordi di qualche lontano amore di gioventù. Distratto.

Sorridendo e osservandolo perdersi negli smeraldi del mio sguardo, con un salto leggero volo dal palco fino a sopra il suo tavolo, lasciando i ventagli di piume e atterrando così dolcemente da far vergognare i suoi commilitoni per aver allungato le mani a reggere i bicchieri appoggiati sul legno. Lui mi afferra rapido, raccogliendomi sulle sue ginocchia mentre solo un mio dito separa le mie labbra dalle sue. Mai stata così grata di indossare i guanti di velluto.

“Lasciate che sia dolce.”

Sussurro in francese, il mio accento del Nord è perfetto.

I suoi uomini urlano incitamenti, ma lui sta al gioco, divertito… ed estasiato dalla mia pelle nuda, profumata di fiori di campo e imperlata dal sudore della danza.

Inizio ad accarezzargli il viso con mani di seta, a cavallo delle sue gambe e lasciando che le sue dita corrano sulla mia schiena, percorrendo le insenature della mia spina dorsale come un avido esploratore. Tutti ci guardano, rapiti dalla sensualità del mio gioco sulla tela per tante piccole mosche.

Alzo le mani in alto, lasciando che il suo viso sprofondi nel mio petto, inarcandomi su di lui e ridendo flautata. E’ il segnale.

Con tutti gli occhi su di me, nessuno nota Jean Claude, l’anonimo barista dietro al bancone decorato del tipico bordello fuori città, mentre estrae da una cassa di liquori scadenti la mitraglietta e inserisce il caricatore con uno scatto metallico.

Le ragazze si sono già allontanate con discrezione, fuori le attende un camioncino che le porterà nella Francia Libera. La padrona di casa non ha voluto unirsi, ma estrae da sotto la gonna una piccola pistola, reduce di tempi in cui anche lei forse danzava come me alla luce delle candele di un palco coperto di sogni. Non posso salvare i musicisti, purtroppo, la guerra è guerra e la loro musica mi serve fino alla fine.

Piego le mie mani all’indietro, raggiungo le stecche di osso sulle costole del mio corpetto, nel punto in cui l’ho tagliato discretamente. Ne estraggo due mentre ancora i soldati storditi dall’alcol e accecati dal fumo di sigaretta non possono intuire quello che sta per succedergli.

Urlo in faccia al Colonnello quando pianto entrambe le stecche affilate nel suo collo, così a fondo da non riuscire più a estrarle. Il suo sguardo bovino e disperato mi osserva per l’ultima volta, prima che un getto di sangue mi riempia la bocca del sapore ferroso della morte.

Quando i suoi commilitoni si rendono conto di quello che è appena successo, Jean Claude apre il fuoco, la padrona di casa anche. La mediocre musica dei suonatori si trasforma nelle scariche sorde della polvere da sparo e delle grida dei morti.

Ne ho due a fianco, mentre tentano di estrarre la pistola mi isso sulla sedia con le mani e ne colpisco uno al volto col tallone, cadendo bassa giusto in tempo per vedere l’altro sparare a vuoto. Spazzo il terreno col piede e prima ancora che il primo sia a terra, il secondo rovina pesantemente su una sedia. Scivolo sul palco fra i fischi dei proiettili, usando la cabina del gobbo per calarmi sotto le quinte. La mia ultima impressione di quella carneficina è Jean Claude che si getta fra i proiettili nella cucina, coperto dal bancone.

Le quinte sono gelide e buie, piene di vecchi macchinari appartenenti a tempi più felici dove forse su quel palco si recitava l’Otello o le brillanti commedie di Feydeau. Corro verso l’uscita degli artisti, con addosso solo il corpetto, aperto sulla schiena, e le mutandine di pizzo nero.

Sono fuori, come previsto l’autista del Colonnello è ancora li e i soldati di scorta sono appena entrati. Tempo di uscita: dodici secondi. Sento ancora gli spari, il fatto che fosse una serata di “cameratismo” fra i soldati traditori di Vichy e l’esercito tedesco ha fatto in modo che i nazisti pensassero che fossero i loro “alleati” ad aver organizzato la mia sorpresa. Il fatto che si siano colpiti a vicenda mentre tentavano di sparare alla cieca contro di noi di certo non li ha aiutati a capire il gioco.

L’autista è distratto dal caos, fuori dall’auto con ancora la sigaretta in mano, paralizzato dallo stupore. Nel cuore della Francia occupata, nessuno poteva aspettarsi un capolavoro di questo genere. Quando mi vede, le mie nocche e il suo viso fanno un’immediata e saltuaria conoscenza. Prendo le chiavi in mezzo ai denti saltati, altri proiettili fischiano vicino a me mentre alcuni soldati hanno finalmente mangiato la foglia e sono fuori a spararmi.

Accendo il motore fra i fischi dei colpi sul telaio, parto sgommando in uno sterrato fino ad arrivare sul retro del locale, dove Jean Claude ha appena lanciato la granata in cucina per rallentare l’avanzata dei nazisti. Non mi fermo nemmeno, il calcolo dei tempi è perfetto e nel preciso istante in cui l’ordigno esplode Jean Claude Pascal, il mio ritrattista di fiducia, salta nella macchina dalla portiera aperta.

“Sei ferito?”
“Lynn, ti prego. Con chi credi di aver a che fare?”

“Con un vero partigiano di Francia?”

“Con un pittore.”

Rido mentre il motore di lusso dell’auto del Colonnello semina rapidamente le lente automobili militari dei nazisti. La nostra strada è completamente diversa, e molto più lunga, rispetto a quella del camion delle ragazze. Jean Claude mi copre con il suo impermeabile.

“Bene, carissima. Siamo soli, a centinaia di chilometri dalle nostre forze, su un’automobile piena di buchi di proiettile e rubata a un Colonnello nazista morto, senza munizioni, con poca benzina e senza il tuo reggiseno. Poteva andare peggio.”
“Poteva piovere?”

“In Luglio la vedo difficile. Hai un piano?”
“Metà.”
“E immagino che sia la metà appena terminata, giusto?”
“Giusto.”

Corriamo nella notte diretti verso il mare, li ci attende un pescatore, un amico, che ci porterà discretamente fino alle linee dei nostri alleati. La benzina sarà a malapena sufficiente per arrivare, sperando che l’allerta militare dei nazisti si concentri altrove. Mezzo piano, ma ben pensato. Guardo le stelle, il cielo è un lago di petrolio tempestato di diamanti, l’aria fresca della notte mi scompiglia i capelli. Jean Claude dorme.

Ha saputo da poco che il suo compagno, il suo amante, è stato internato dai nazisti in Germania. Non sa dove, ma sa che non lo rivedrà mai più. Se ripenso a quanta strada hanno percorso insieme mi piange il cuore, ma questa è una guerra e la guerra fa sempre le sue vittime. Anche io ho avuto le mie.

“Ehi Jean, dormi?”
“Mmm… forse.”
“La padrona di casa… ti ricordi come si chiamava?”
“Annabelle. La chiamavano tutti Annabelle.”
“Perché non è voluta fuggire con noi?”
“Sai com’è, ad una certa età è difficile muoversi da dove si è sempre vissuti.”
“E’ morta per aiutare la Francia.”
“E’ morta per aiutare se stessa. Abbiamo parlato mentre tu ti preparavi. Mi ha detto che era entrata in quel bordello come sguattera a quattordici anni. Appena ha potuto ha iniziato il mestiere, ha fatto carriera ed è riuscita a comprare la baracca. Per una volta nella sua vita voleva essere lei l’eroina, non la puttana. I nazisti hanno sparato a sangue freddo a sei sue ragazze. Una era ebrea, le altre cinque l’avevano coperta. Non hanno trovato prove del coinvolgimento di Annabelle. I soldi che le abbiamo dato ora sono con le altre.”

“…”
“Già. In ogni caso ora è morta.”

“Non scordare il suo nome, Jean. Questo paese deve ricordare i suoi eroi.”
“Non dimentico mai un nome.”

Arriviamo all’alba giusto in tempo per far finire la benzina, guardo nel bagagliaio dell’auto mentre una lancia di luce squarcia il velo delle ombre notturne. Champagne.

“Ehi, Jean… brindiamo?”
“Brindiamo, mia cara. Ad una Francia libera.”

“Al Generale!”

Il sapore è ottimo, frizzante e fresco come l’aria tersa del mattino sul mare.

In lontananza una barchetta da pescatore ormeggia sul pontile in disuso di una vecchia catapecchia sulla sabbia. Squillano i bicchieri, ma subito mi attacco alla bottiglia lasciando che il vino mi coli addosso, bevo avidamente tutto. Tanto Jean è quasi astemio. Sono ancora sporca di sangue.

 “Ehi voi!” grida il pescatore.

“Ehi della nave!” rispondiamo salutandolo a braccia alte.
“Sto cercando uomini liberi per viaggiare a Sud! Siete voi?”

La spuma dell’Atlantico mi bagna i piedi ancora nudi mentre mi avvicino al pontile con Jean Claude al mio fianco, ridicolmente ancora vestito da barista. Il canto dei gabbiani e l’odore di salsedine percorrono la mia pelle con i brividi di un nuovo giorno. Una nuova guerra. Rispondiamo insieme.

“Si! Siamo uomini liberi!”

Lynn sembra distratta mentre Shaula, Stella Titano della Sera, per la terza volta le rivolge la parola. I suoi capelli bianchi si agitano debolmente come dotati di vita propria, la forza del suo sguardo si ammorbidisce quando vede la Campionessa della Francia Libera, la Morte Rossa, il Terrore dei Nazisti, per quella che è: una ragazza in lacrime.

“Non abbiamo potuto salvarlo. Il proiettile ha perforato il cranio, danneggiando il cervello in modo irreparabile. Possiamo tenerlo in vita, ma sarà un vuoto corpo senza anima.”

Lynn, seduta per terra, schiaccia il viso fra le ginocchia abbracciate e piange. Shaula aveva letto che gli umani spesso lo facevano, per gioia o dolore. Ma non pensava avrebbe mai visto una disperazione così grande nell’eternità della sua esistenza. Lei, Aristocrate del Popolo e Alta Signora degli Osservatori, per la prima volta nei millenni ha dei dubbi su cosa dire.

“Mi dispiace…?”

Lynn alza lo sguardo ad osservare la sua Patrona, gli occhi verdi arrossati dalle lacrime e il trucco colato sul viso mostrano la tenerezza della sua fragilità. Con voce rotta, prende la parola.

“L-lasciatelo andare. Vi prego. Non… non posso lasciarlo vivere così.”
“Così sarà fatto, mia Campionessa.”
“Voglio… voglio vederlo un’ultima volta.”
“…”
“Per favore…”
“Va bene. Non vi darà alcuna consolazione tuttavia, sappiatelo.”
“Lasciate giudicare a me.”

Lynn tende la mano alla sua Patrona, lei la osserva per qualche secondo prima di afferrarla e aiutarla ad alzarsi.

“Andiamo.”

Il corpo di Jean Claude Pascal è steso sulla tavola di rianimazione, i Maestri dei Templi della Vita lo circondano, muovendo le mani sul di lui in una pioggia di piccole saette bluastre che toccano il suo corpo e tentano di ricostruire ciò che è perduto per sempre.

Shaula prende la parola.

“Lasciateci.”

I Maestri si allontanano, abbandonando Lynn e la sua Patrona.

L’umana si avvicina al suo compagno, chinandosi su di lui fino ad abbracciarlo tremante.

“Eri un buon amico… un compagno incredibile, un vero guerriero…”

“Se può consolare in qualche modo, il proiettile del Colonnello Hiller era indirizzato a voi, mia Campionessa. E’ stato il Tenente Von Stein a deviare la mano mentre sparava, tentando di fermarlo. Se non l’avesse fatto, ora sareste voi al suo posto. Il vostro amico è stato colpito per errore.”

Lynn alza leggermente la testa verso Shaula.

“Lo avrei meritato di essere al suo posto. Pensi che mi interessi di quello che ha fatto quel… mostro deforme? Pensi che adesso io debba vederlo meglio?”

“Ho solo fornito la completezza dei dati affinché voi possiate…”
“Taci! Non so cosa vuoi farmi fare, ma non ho intenzione di provare pietà per nessuno di loro! Perché insisti così tanto a difenderli? Io ti ho vista parlare con il loro Patrono nelle sale nascoste! Cosa vi siete dette? Cosa vuoi fare di me?!?”

“Noi Patroni siamo fratelli, non abbiamo interesse nel sostenere una parte o un’altra in questo torneo. Stavo semplicemente…”

“Stai zitta! Zitta! Ne ho abbastanza della tua neutralità! Se non sei in grado di decidere da che parte stare, se non sai come distinguere il bene dal male sei uguale a quei mostri! Che cosa ci faccio io qui? Che cosa ci facciamo tutti noi qui? Perché non ci lasciate in pace?!?”

“Siete fuori di voi, mia Campionessa. Meditate assieme a me. Vedrete come il Tutto si…”
“Me ne sbatto delle tue stronzate! Basta, BASTA!”

Lynn afferra un contenitore di cristallo dal tavolo del laboratorio, scagliandolo contro Shaula. Lo schermo bluastro intorno alla Patrona appare ad un gesto della mano e infrange il proiettile senza che esso la tocchi, crepitando di energia argentea fino a svanire.

Per un istante le due restano in un silenzio irreale, solo il pesante respiro di Lynn spezza l’allegoria di quel quadro di disperazione.

“Avrete la vostra vendetta, Lynn Noel della Francia Libera. Ma non contro di me. E non oggi.”
“Perché non ci lasciate in pace?”

Lentamente la ragazza si accascia sulla sua Patrona, in lacrime.

“Perché non ci lasciate in pace?”

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